CRAPULA CLUBu002FMIEDO A LA SBEURRA - NUOVA EDIZIONE 2019

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Ci sembra ieri che iniziammo a punzecchiarli e annusarli circospetti. Sbirciavamo il loro bunjee jumping orfico saltando sul nostro tappeto elastico da circensi; a…
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Ci sembra ieri che iniziammo a punzecchiarli e annusarli circospetti. Sbirciavamo il loro bunjee jumping orfico saltando sul nostro tappeto elastico da circensi; a ogni salto uno scorcio del loro funambolismo mistico e lynchiano; a ogni salto una visione, una suggestione letteraria; a ogni salto uno starnuto, perché siamo allergici alle siepi d’ogni tipo. Diffidenti e ammirati, intrigati e sospettosi, li seguivamo e leggevamo come se si trattasse di un foglio clandestino. I crapuli, trapezisti ucronici, con la loro algebra ebbra e ipertrofia umanistica, camminavano sul filo, ripetendosi per darsi coraggio mantra in lingue sconosciute che solo in seguito imparammo a decriptare. Sotto di loro c’era la realtà, arida e prevedibile, e loro lì sempre sul filo sottile come le illusioni che ci diamo consapevolmente. Crapula non ha mai avuto tentazioni didascaliche o pedagogiche, se n’è sempre infischiata, e questo ci è sempre piaciuto. La loro rivendicazione di libertà, la loro voglia di creare mondi e linguaggi, è sempre stata coerente e ineluttabile, come l’ultimo uomo rimasto sulla Terra che si ostina a scrivere e scrivere. Facciamo parte dello stesso circo, sono nostri simili. Loro vanno in overdose di letteratura in un loop continuo, rischiano, amano perdersi e complicarsi le cose anche quando sono semplici, perché, se no, che gusto c’è? È commovente e divertente vederli sbattersi nel loro lavoro (perché di lavoro si tratta! Con la cultura non si mangia? Ditelo agli psocotteri!). Noi li guardavamo durante la pausa pranzo e, confessiamo, è proprio rilassante vedere qualcuno faticare mentre ci si riposa un attimo. Ci piaceva spiarli, cercare un ordine dove non c’è e il caos nell’ordine, come dei rabdomanti ad Atlantide, in cerca di sabbia e ciottoli privi di senso. Ognuno ha le sue perversioni, d’altronde. Ecco, il senso, quello comune, quello buono, non ci è mai interessato, né a noi, né a loro, crediamo. Nella caverna della litweb entrambi scorgevamo delle ombre, le chiamavamo lit-blog o riviste, ma sempre di ombre si trattava. Simulacri di vite ed esperienze passate, consapevoli che tutto conta e niente rimane. Verde, Crapula, scompariranno e non hanno avuto senso, ciò che rimarrà è Nuova Edizione, la fantomatica, fantasmatica, impossibile e velleitaria Nuova Edizione. Intanto ogni atomo di Crapula si sta già interpolando, perdendo e ritrovandosi, come una matrioska onirica, in un futuro senza utopie, né giochi per bimbi. Cari amici di teoria e pratica, ci vedremo e rivedremo. Non possiamo essere ancora amici perché lo siamo già stati. Se esistesse un Libro in cui tutto è scritto, i nostri discenti di Prometeo farebbero uno psico-editing pazzesco, medianico e invasivo. Noi, a quello stesso libro, daremmo fuoco: ma quale cosa è più iconoclasta? La loro personale ermeneutica metafisica e riscrittura automatica non sarebbe totalitaria, ma per giocare un po’ con noi potrebbero anche fingere di essere dei teorici della letteratura dogmatici. Potremmo scambiarci i ruoli e alternarci, detective e bombaroli, e giocare, giocare, giocare, all’infinito. (Nuova Edizione, 11 settembre 1973, Ready-made, everlasting)La cattura dell’idolo Ci sono innumerevoli versioni di questo racconto, ma non ne esiste una versione originale e primigenia. Così come ci sono innumerevoli piani di realtà senza che uno prevalga; diverse mimesi di differenti realtà; infiniti uomini in competizione con differenti divinità; ognuno ha un fuoco fatuo da rubare al proprio dio; diversi lettori e autori che, come prede e cacciatori, si alternano e rincorrono in un gioco infinito. Lettori e autori si controllano a vicenda, in un eterno gioco delle parti, si autocensurano, si giudicano, si sottovalutano e sminuiscono, diffidano delle loro intenzioni, sono truffatori in competizione. Un bambino, unico vero idolo sconosciuto e al riparo, custode della meraviglia, assiste allo spettacolo sempre più annoiato, e sembra pronto ad abbandonarli. A volte mette la storia sul piatto e gioca con lo scratch, accelerazioni, improvvisi ritorni, dejà vu, premonizioni e flashback confondono la narrazione. È lui che bisognerebbe catturare e uccidere per uscire dal gioco.* Il viso di Anthony R. Shields è intermittente. Il cavo è sfilacciato, si sta rompendo. Il suo volto assume i connotati di tutti gli idoli che ha catturato o salvato. Il filo emette deboli scintille, emicranie lancinanti e ronzii elettrici non gli danno pace. Con le mani insanguinate impasta con denso fango il punto in cui il cavo si è rotto. Lo tira, verifica se tiene, è saldo. La faccia si è stabilizzata. I suoi piedi scalzi sono feriti e doloranti, li immerge in un ruscello. Davanti a lui, solo alberi e boscaglia, è buio, umido, vede a malapena. Poggia la testa su un tronco cavo, marcio, e ci sprofonda dentro, è troppo stanco, si addormenta così. Io non ho idoli, non ho bisogno né di roghi, né di altari, di esempi da imitare o venerare, né di capri espiatori per sacrifici rituali. Non mi interes4sa contribuire alla costruzione del mito e assistere alla sua rovinosa caduta. Non glorifico, non lapido. Non ho bisogno di questo per ricordarmi della caducità, della transitorietà di tutte le cose. Non ho comunità, non ho appartenenza, non ho paura. Sto tornando dentro il varco, verso l'oblio, dove tutto è iniziato, dove tutto finirà. Sono pronto. Caroline Meredith fugge nel bosco, sulle spalle porta un manichino con le sue fattezze, senza peso. Degli uomini la inseguono, sente le loro urla, le intimano di fermarsi. Continua a correre sul terreno viscido come conoscesse ogni ramo, ogni sterpaglia o trappola, non sente fatica, ma qualcosa la fa rallentare, un dubbio che si fa sempre più pressante. Si ferma di scatto. Fa cadere il manichino senza neanche guardarlo, si gira e va incontro ai suoi inseguitori, lentamente. Più si avvicina, più le loro voci le sembrano lontane: i cacciatori sono svaniti.* Vedete la stampa dietro di me? Io sono le forbici, voi le farfalle. Un uomo alla scrivania digita sulla tastiera del computer. Non stacca mai gli occhi dal monitor. Sta giocando a Storpio Rising, per un po' ci ha zipzappato dentro e fuori. Ma ora si è stancato. Quell'uomo è la civiltà che sta decretando la sua fine. Dietro di lui c'è la cantante Ella Galtellì, legata a una sedia e imbavagliata. Al suo fianco ci sono nove sagome sul pavimento impolverato. Su ognuna di esse c'è un post-it, all'altezza del cuore, con su scritto un nome. Sulla nona c'è scritto Hausman. In corrispondenza delle sagome di polvere c'è un acquario in cui galleggiano delle dita, in un liquido torbido come salamoia. Solo l'acquario dietro Hausman è vuoto. «Dove vai? Credi che ce la farai?» si sente una voce fuori campo. Ella Galtellì sembra terrorizzata. Forse la voce proviene dal computer. «Credevi di cacciare ma adesso la preda sei tu». «Non voglio partecipare alla caccia» dice Anthony Shields. «Non c'è modo di chiamarti fuori» risponde il computer. 5«Conquisterò l'oblio». «Ah, davvero? E una volta che lo avrai che succederà? Avrai davvero il coraggio di scomparire dentro il varco? Non c'è via di ritorno, lo sai? Qua le regole le conosci, sai di volta in volta quale sarà il tuo ruolo, ormai conosci perfino le istruzioni». «Io voglio uscire dal gioco. Scollegarmi, disconnettermi. Riuscirò a morire, sia fuori che dentro il gioco e scoprirò cosa c'è là fuori». «E se non ci fosse niente?» «Quel niente sarebbe più reale del vostro gioco. E poi lì non dovrei fuggire da voi o preoccuparmi di cacciare». «In questo momento i miei uomini ti hanno appena trovato, ti stanno buttando dentro una vasca di deprivazione sensoriale per disattivarti». «Può essere, oppure non è vero. E io ti ho appena ucciso, caro Hausman». Detto questo, Anthony R. Shields prende il monitor del computer e lo getta nell’acquario libero. Shields si avvicina a Ella e le toglie il bavaglio. La ragazza ha il viso sfocato, intermittente, non a fuoco, ma il terrore nei suoi occhi è evidente. Prova a parlare ma emette solo un brusio metallico incomprensibile. Sono al computer, sto scrivendo un dialogo per la nuova versione di KIDNAPPING. Step successivo: in questa versione i profili fake sono reali e devono tutti cacciare gli idoli di FAME. Nessuno li proteggerà. La direzione ha deciso di redistribuire followers e fan, non si potrà superare una certa soglia di seguaci (ancora da specificare). Gli utenti vigileranno su loro stessi, noi non spenderemo un soldo, contiamo sulla delazione. Una volta terminato l'esperimento lanceremo GREED, il nuovo social. Questo è il monologo del bambino custode del gioco e della meraviglia. Si rivolge a Anthony nel bosco.“Non è vero che questa realtà ormai è inutile. La realtà non ci serve solo per attaccare delle spine. Tu vedi la presa di corrente attaccata alla corteccia di quest'albero invece è qui con me. Non ti fidi? Staccala, avanti.6Nelle macerie di questo mondo ancora si decidono le sorti dei vostri social e delle vostre applicazioni. Nobiltà eternamente decaduta, è da secoli che siamo Fine Impero e sai perché? Perché non esiste nessuna forza alternativa candidata a prendere il nostro posto. Siamo condannati a muovere i fili. Vedila così: noi siamo mani putrescenti, ossute, cadaveriche che agitano delle smaglianti marionette. Siete le nostre farfalle. Avete il tempo contato. Chi di voi avrà il coraggio di staccare i fili? Il cordone ombelicale che vi lega a noi, se reciso, vi ucciderà. Oppure no”. “Abbiamo interpolato così tanto KIDNAPPING con la realtà che perfino a noi ora sfugge la vera storia. La realtà si è evoluta, i cambiamenti, le parti ibride e artificiali si sono fuse divenendo un tutt'uno. La realtà è un cyborg in un mondo di cyborg. Impossibile discernere tra purezza reale e appendici virtuali. Voi siete una appendice del nostro gioco. L'unica cosa che conta è il nostro ordine. Cacciatori e predatori, a turno; controllo e autocensura di massa. Secoli fa si temeva la rivolta delle macchine, la ribellione dei mostri di Frankenstein o degli Hyde, oggi questo manicheismo, questa cesura netta sarebbe ridicola. Sarebbe ridicolo identificare un creatore, impossibile postulare il concetto di creazione. Quest'ordine è automatico, si perpetua e rigenera da solo per partenogenesi”.* Sono nel bosco. Perso. Non ho una missione. Nessuno da cacciare o da proteggere. Raccolgo un masso da terra e con tutta la forza che ho me lo sbatto in piena fronte. La testa, aperta, sanguina tra fili elettrici e materia cerebrale, strappo tutti i cavi che trovo con veemenza, le mie mani sono sporche di sangue, sento un bruciore e un intorpidimento diffuso su tutto il corpo, mi muovo convulsamente, agito gli arti senza senso, senza controllo, emetto versi incomprensibili, grido frasi sconnesse in lingue estinte, piango, singhiozzi, singulti, spasmi muscolari, ho le mani che grondano liquidi organici e olio vischioso. Mi strappo uno degli occhi e lo schiaccio sul mio cranio scoperchiato, mi sto scrutando dentro, a fondo, sto vedendo cosa c'è dentro al pozzo, questa è la mia scatola nera, assisto al giorno del mio assemblaggio e aggiornamento, sento i dialoghi tra i programmatori. 7Il programmatore mi rapisce, eccomi ascendere, la folla mi trattiene quaggiù, come zombie dal sottosuolo. Risponde ancora ai nostri comanndi, non riusciamo a conferirgli dubbio o imprevedibilità. Non sfugge al nostro controllo. C’è ancora tanto lavoro da fare. Causa-effetto, azione-reazione, risposte preordinate agli stimoli; bestie, questi umani non sono nient’altro che bestie prevedibili. Sono come biglie su un biliardo, traiettorie già segnate, balistica consueta. Riusciremo a correggerne gli errori? Così non hanno appeal e giocabilità, sono troppo semplici da risolvere, sono snake rudimentali che mangiano palline e niente di più.* Aveva un casco di paglia, rovi e fanghiglia in testa, gocce melmose incrostate sulla fronte e due sassi di fiume schiacciati a fondo dentro gli occhi. La donna ha tolto a fatica il sasso conficcato nell’occhio di Shields, non ha resistito, in un primo momento ha solo sbirciato, poi ci ha scrutato dentro. Mundus Cereris. Caroline ha visto la testa del piccolo idolo in un fiumiciattolo, trasportata via dalla corrente. L’hanno ritrovata lì, paralizzata di fronte ad Anthony, catatonica. * L’esperienza di gioco come è andata? Soddisfacente?Da Alfredo Zucchi, Caccia all’idolo, pubblicato su Crapula Club il 10 giugno 2016 8È la vita che divora la vita che divora la vita Un uomo e una donna, e con loro un altro uomo, ma appena e sempre tre passi dietro, entrano nelle rovine di un tempio di stile dorico. Costruito su un’altura, il tempio volge a sud-est; in fondo, di un blu che vira allo smeraldo adombrato di una fitta boscaglia, il mare placidamente sbatte sulla roccia calcarea; in alto un castagneto allunga la sua ombra nera di parallepipedo in ascesa. Là dove millenni addietro c’era il tetto, resta il cielo stellato. L’uomo ricorda alcuni versi. «Ho sete», dice. La donna gli porge la borraccia. L’uomo tre passi dietro porta alla bocca una mano; comincia a masticare. Perlustrano il basamento del tempio. L’altare sacrificale è posticcio. Un’iscrizione nella lingua del dio degli ultimi dice qualcosa riguardo alla salvezza, che la natura selvaggia confuta coi suoi ispidi artigli rampicanti. Seduti al centro di quella che dovette essere la navata, l’uomo e la donna preparano il pranzo, e veloci vi gettano le mani. L’uomo tre passi dietro continua masticare lo stesso boccone.Di lontano, la Sacerdotessa è Moch: il cacciatore fenicio. Si chiede: «Che cosa resta?» Si risponde: «Un tintinnio». Sorride, e si vela il viso con un lembo di manica trasparente. 9«Gli occhi non basteranno a riportarmi indietro. A un certo punto mi volterò e sarà tutto finito. Tutto ricomincerà». Lo scroscio d’acque sottili, in fontanelle montane e distanti. «Questo mio talento... Ehehe... Servirà quando anche... tu!... passerai oltre», sussurra la donna allo specchio. «Conosciamo e non conosciamo che cosa stiamo cercando. Meglio tacere», s’ammonisce con calma, e sibila in segno di silenzio; le upupe sulle guglie si lanciano in picchiata, al cuore delle lumache nude. Accade velocemente. La vertigine dura quanto basta. La Sacerdotessa imbeve un panno bianco nel vino di Samo e s’asperge la fronte di Moch; serra i propri polsi e le caviglie all’altare. È pronta a divorarsi. «Tu!» Dice il cacciatore velato, respirando a bocca aperta. «Non cambi passo, avanzi in verticale ascendendo! Tu, voci senza volto?, voci su altre voci?, e le voci dei piani inversi?, e collidenti?, dei ricordi di dieci millenni?... Non c’è abbastanza spazio per inventarsi un altro sogno». Poi, resta a fiato corto: «Mnef...» Il lembo di manica ricade sui fianchi. Fuori del tempio, sulle rocce, per luoghi senza tracce, cacciare è proprio di un’intelligenza scaltrita che sa tenere la posizione eretta e sa arretrare di tre passi, all’occasione; e sopporta l’attesa. Il vento comincia a soffiare, nel sogno e nel bosco. «Che cosa ho mai pensato?» continua a chiedersi il cacciatore. Finalmente il sole sta calando nel mare di foglie. Non sa ciò che farà, le cose stanno cambiando rapidamente. Le ginocchia si sciolgono. Le braccia si fanno pesanti. Il castagneto sospira sulla nuca dei lupi. La donna e l’uomo camminano scalzi attraverso i resti crollati del tempio. «E dove c’è vita, deve esserci anche morte», dice l’uomo. «E dov’è morte, lì ci sono...», s’interrompe la donna. Si stendono all’ingresso del tempio come supplici. L’uomo tre passi dietro sputa a terra il seme lanceolato di un cardo selvatico. Il castagneto è attraversato da un torrente. Lì, dentro l’acqua che non è mai la stessa, il cacciatore ha affondato i piedi. Ha imparato a non lasciare tracce. Ha imparato che la corrente cancel10la; che nel fango sì può trovare più vita complice che nell’aria sottile. «Sogno spesso a occhi mezzi aperti», dice a voce alta, mentre s’abbevera di ciceone; dissesto, stordito. Il kantaros della Sacerdotessa è opaco e incrostato dal fango secco. «E tutto ciò che è accaduto, ancora deve accadere», recita infine. E il sogno si manifesta. E nel sogno di Moch, della Sacerdotessa, c’è il vento, eterno, che durerà più del tempo. Il ventre di Moch si contrae. Il ventre della Sacerdotessa il ventre di tutti gli Uomini. Al secondo spasmo – uno sputo di sangue violaceo e muco. La morte è sostituzione della vita. Un cardo azzurro emerge dal guado del torrente. Quel cardo è un uomo. Un cacciatore paziente. Sopporta l’attesa. Arretrato, tre passi dietro la sua preda. La notte arriva sotto forma di un riverbero di echi, voci di fruscii di alberi nel vento. Sotto il cielo stellato, sacrificale, mentre l’uomo e la donna dormono e nel sonno l’uomo sogna il vento, e la donna una pozza d’acqua fredda in cui un altro uomo risciacqua una lama, la Sacerdotessa si china su entrambi, con i palmi delle mani rivolte verso la loro fronte. «Chi sei?» domanda l’uomo tre passi dietro. «Moch, il cacciatore: la Sacerdotessa». «Perché sei qui?» «Per passare oltre».L’uomo dorme poggiato alla colonna dorica. Sogna di essere un mirmidone, ora. È dentro il corpo dell’insetto, ma incapace di comandare alle sue zampe il moto. È bloccato sulla punta di una foglia di cardo. La lama e la luna – nel sogno, Moch vede entrambe e intuisce. Con la delicatezza di due dita di Sacerdotessa, Moch afferra il mirmidone. Gli manda contro un piccolo soffio, e l’insetto vola via, diventando uomo appena a contatto con l’erba. Moch, con la sua mano di cacciatore, gli si fa sopra con poche falcate, gli affonda la lama nella schiena, le gocce violacee di sangue si fanno cardi. Moch vacilla, e quasi cade, ma riesce a tenere ancora un poco alta la testa, e prosegue. Si trascina con lentezza fino all’altare.11Con un ultimo impulso si appoggia al marmo, lo sforzo stesso di scegliere un luogo per la propria morte gli ha fatto dimenticare il dolore del corpo, ora che non c’è più motivo di movimento, respiro e parola. Si accascia quasi senza respiro. Un uomo, tre passi dietro, ha tra le mani il capolino iridescente di un cardo: lo porta alla bocca: lo divora. La Sacerdotessa emette un gemito, si dice: «E gli occhi so che rimarranno.»Da Luca Mignola, Mōch il cacciatore, pubblicato su Crapula Club il 4 maggio 2018 12Donne post-empatiche dall’alba al tramonto del terzo millennio Rapporto #1 Questa mattina ha avuto inizio. Ho bussato, il mio uomo mi ha aperto, con il capo chinato ho allungato la mano, il mio uomo l’ha afferrata e ha posato la sua mano sul mio capo, l’ha strofinata, ha detto il mio nome mentre mi stringeva la guancia, infine mi ha fatto uscire. È andato tutto secondo protocollo. Il mio uomo mi ha dato da bere, mi ha lasciato gli avanzi del suo cibo, mi ha indicato il giaciglio. Il mio corpo non ha dato segnali negativi.Rapporto #2 Nel primo mese il mio uomo ha fatto tutto da solo. Il mio corpo non ha dato segnali negativi.Rapporto #25 In due anni il mio corpo ha dato i segnali negativi previsti.13Il mio uomo qualche volta dimentica di espletare i compiti che lo riguardano e i compiti che mi riguardano. In questi casi dico al mio uomo cosa deve fare.Rapporto #49 Il mio uomo spesso dimentica di espletare i compiti che lo riguardano e i compiti che mi riguardano. In questi casi dico al mio uomo cosa deve fare.Rapporto #51 Il mio uomo non conosce il mio nome e mi chiama scrofa. Il mio uomo fa tutto quello che gli dico di fare. Il mio uomo si sveglia, mangia, beve, guarda la televisione, mi fa uscire, dorme. A casa non viene mai nessuno. Secondo il protocollo ho fatto ridurre al mio uomo la casa al minimo: ci sono pochi oggetti necessari a vivere e la televisione.Protocollo #75 Il mio uomo non parla. Tutto procede secondo protocollo.Rapporto #87 Il mio uomo non mi riconosce. Il mio uomo fa tutto quello che gli dico di fare. Il mio uomo qualche volta ha le mutande bagnate, io le prendo e le strofino nel lavandino, il mio uomo allunga le la
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