Dario Varotari (1542 ca ca)

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Corso di Laurea magistrale (ordinamento ex D.M. 270/2004) in Storia delle Arti e Conservazione dei Beni Artistici Tesi di Laurea Dario Varotari (1542 ca ca) Relatore Sergio Marinelli Laureando Eleonora
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Corso di Laurea magistrale (ordinamento ex D.M. 270/2004) in Storia delle Arti e Conservazione dei Beni Artistici Tesi di Laurea Dario Varotari (1542 ca ca) Relatore Sergio Marinelli Laureando Eleonora Quartesan Anno Accademico 2013 / INDICE INTRODUZIONE...p. 3 CAPITOLO 1 La Vita...p. 4 CAPITOLO 2 La fortuna critica...p. 18 CAPITOLO 3 La pittura...p. 26 CATALOGO...p Opere documentate...p Opere attribuite...p Opere disperse...p Opere non accolte...p. 212 BIBLIOGRAFIA...p INTRODUZIONE Questo lavoro è nato dalla volontà di richiamare l'attenzione su un pittore la cui attività è stata molto spesso sottovalutata da parte della critica. La figura di Dario Varotari risulta infatti tra le meno studiate, nonostante l'artista abbia saputo imporsi nel panorma artistico veneto, divenedo a fine Cinquecento un importante punto di riferimento. Frequentemente si è parlato di Dario semplicemente perché padre del più famoso Alessandro Varotari detto Padovanino, con il quale alle volte il suo operato è stato confuso, o al quale si è data comunque minore importanza. Nato a Verona, fin dagli anni giovanili egli personalizza le suggestioni ricevute dal maestro Paolo Veronese, e anche nel momento in cui decide di fissare la propria residenza a Padova, ripropone gli schemi impostati dal grande maestro ed evidenti nelle sue grandi pale. Varotari opera in un'epoca in cui risultavano attivi oltre a Veronese anche altri grandi maestri quali Tintoretto, Tiziano, ma anche Gian Battista Zelotti, del quale il pittore sembra a volte voler raccogliere l'eredità. Con il mio lavoro ho cercato di approfondire le conoscenze su questo pittore, e cercare di ricostruire la sua figura e il suo operato. Attraverso la raccolta dei singoli interventi e degli studi riservati alla sua figura, ho elaborato un primo catalogo delle opere dell'artista, partendo dalle opere documentate in modo certo. A questo primo nucleo ho aggiunto le opere a lui attribuite dagli storici nel corso dei secoli. Le opere analizzate consentono di far emergere il corpus artistico di un pittore considerato per molto tempo un artista minore rispetto ai grandi maestri, ma le cui capacità pittoriche e creative non possono passare in secondo piano. 3 CAPITOLO 1 La vita La prima e più importante testimonianza riguardante l'attività di Dario Varotari, la cui personalità artistica è stata per molto tempo ignorata dagli studiosi, e per questo non ancora ben definita sul versante pittorico, è la trattazione storiografica che Carlo Ridolfi dedica all'artista nelle Meraviglie dell'arte date alle stampe nel L'opera costituisce l'unica fonte di conoscenza degli anni giovanili e i dati raccolti e trasmessi vengono per la maggior parte recuperati attraverso le testimonianze del figlio di Varotari, Alessandro detto il Padovanino. Con quest'ultimo la letteratura passata e quella più recente ha confuso talvolta la figura e l'operato di Dario, creando confusione sulle opere da attribuire al pittore. Secondo Ridolfi l'artista discende da una nobile casa germanica d'augentina, l'odierna Strasburgo, e in seguito al diffondersi dell'eresia luterana, un avo di Dario, Teodorico Varotier, rimasto fedele al cattolicesimo, per sottrarsi alle persecuzioni dei luterani, fu costretto ad abbandonare la patria ed emigrare in Italia attorno al 1520 e sceglie di stabilirsi nella città di Verona. Lo studioso Luciano Rognini 2 impegnandosi in un esame attento dei documenti veronesi esistenti, smentisce invece la possibilità di un'origine tedesca della famiglia. Infatti, dal momento che alcune notizie sulle origini del casato furono suggerite appunto a Ridolfi dal figlio di Dario, Alessandro, amico di Ridolfi stesso e di Antonio Aliense, e di cui il biografo fu allievo, Rognini non esclude che dietro la circostanza di un'origine straniera si nasconda un intento celebrativo, caso diffuso in quel tempo per poter nobilitare le origini della famiglia. Attraverso la ricostruzione biograficadocumentaria basata sulle anagrafi veronesi, Rognini è risalito all'avo di Dario ed è riuscito in parte a smentire il racconto di Ridolfi relativo alla fuga dalla Germania. All'epoca della ribellione di Martin Lutero, la famiglia di Dario abitava già a Verona 1 C. RIDOLFI, Le Maraviglie dell Arte ovvero le Vite de gl illustri Pittori Veneti e dello Stato Ove sono raccolte le opere insigni, i costumi, et i ritratti loro, Venezia 1648, ed. a cura di F. D. von Hadeln, Berlino , parte II, pp L. ROGNINI, Dario Varotari pittore e architetto del Cinquecento, in Studi storici veronesi Luigi Simeoni , vol. XXIV, e il nonno dell'artista prestava servizio da molti anni alle dipendenze del Comune. Secondo gli atti più antichi il nonno di Dario si chiamava Teodoro, e già nel 1529 abitava nella contrada di S. Stefano dove esercitava la professione di viator , cioè messo del Comune, fatto che conferma che la famiglia del pittore abitava a Verona all'inizio del Cinquecento, e che rende improbabile una fuga dalla Germania così come indicato da Ridolfi 3. Il nome di casato Varotari era allora comunissimo a Venezia, ed anche a Padova esisteva un gran numero di famiglie, come risulta dai documenti dell'estimo, e deriva dalla professione dei lavoranti o commercianti in pellicce di vaio, in toscano vaiai 4. I documenti veronesi informano che negli Antichi Estimi cittadini si ritrova nell'anno 1558 un Tomasius quondam Teofili de Varotarij registrato nella contrada di S. Giovanni in Valle per soldi otto. Nell'anagrafe dell'omonima contrada viene menzionata la composizione familiare: Tommaso, di professione provisiona alla Porta Nova , convive con la moglie Donna Libera, insegnante di cucito, e con numerosi figli fra i quali si nota proprio Dario allora decenne. Ridolfi, fissa la data di nascita di Dario nel 1539, ma riceve un'ulteriore smentita da parte di Rognini, che porta a confronto i dati presenti nell'anagrafe del 1545, relativa alla contrada di S. Stefano, in cui il pittore risulta avere due anni, e le informazoni esistenti nell'anagrafe presentata nel 1541, in cui il suo nome non compare, in quanto evidentemente Dario non era ancora nato. Sulla base di questi documenti lo studioso stabilisce la data di nascita dell'artista attorno al e non nel 1539, come afferma invece Ridolfi 5. La formazione di Dario avvenne, sempre secondo quanto scrive il cronista veneziano, a Verona, dove fu educato dal padre nelle discipline della matematica e dell'architettura, divenendo architetto eccellente , attività alla quale è stata posta una certa attenzione solo in tempi recenti. Se per Ridolfi egli apprese ancor giovinetto i principi del disegno e della pittura da Paolo Caliari che negli stessi 3 L. ROGNINI, Op. cit., p. 7 4 G. FABRIS, Un monumento da salvare. Il ciclo di affreschi di Dario Varotari nell'ex-capitolo della Carità in Padova, in Scritti di arte e storia padovana, introduzione di L. LAZZARINI, Quarto d'altino, Rebellato 1977, p L. ROGNINI, Op. cit., pp anni risiedeva a Verona, per alcuni studiosi, in particolare Lionello Puppi, che avanza le maggiori perplessità sul suo apprendistato, egli non fu altro che un aiutante occasionale, e molto probabilmente condusse l'alunnato anche presso Antonio Badile 6. Puppi 7 suggerisce inoltre di analizzare più in profondità i rapporti con Ponchino e Zelotti, e al contrario di molti studiosi riconosce a Varotari le competenze di architetto professionista. Allo stesso modo Francesco Milizia lo pone nel novero dei più celebri architetti d'ogni nazione e d'ogni tempo , e afferma che non si può negare che egli abbia lavorato bene anche in questo campo 8. Si può dare quasi per assodato che l'artista unisse all'attività pittorica anche quella derivante dalla sua formazione come architetto, evidente soprattutto dall'importanza rivestita dalla componente architettonica nei suoi dipinti. Rognini da notizia che il fratello maggiore di Dario, Paolo, praticava la professione di lapicida, che significava nella maggior parte dei casi anche architetto, nel 1561 è infatti indicato come Maestro lapicida, anche se non sono pervenuti documenti attestanti la sua attività 9, comunque ci porta a riflettere sulla possibile influenza esercitata su Dario. Non si possiedono informazioni certe sulla data in cui Varotari lascia la città natale, e l'ultima notizia relativa alla sua presenza a Verona si ha dall'anagrafe contradale di S. Giovanni in Valle del 1555, dove è segnato avere dodici anni. Nell'anagrafe successiva del 1557, non risulta registrato fra i componenti della famiglia paterna, e probabilmente aveva già iniziato l'alunnato presso la bottega di Veronese 10. Se le informazoni di Ridolfi riguardanti la patria dell'artista vengono poste in dubbio da alcuni studiosi, in particolare da Moschini e da Von Hadlen 11, al contrario ricevono conferma dall'analisi di alcuni documenti: in un contratto datato 1578, stipulato fra il pittore e alcuni membri di una nobile famiglia patavina, Dario viene indicato come Messer Dario di Varotari veronese depentor 12, e in un 6 Dizionario enciclopedico dei pittori e degli incisori italiani, 1976, p L. PUPPI, Concertino per Dario Varotari con stecca sul Sanmicheli. Questioncelle di metodo, in Arte Veneta, 52, 1998, p F. MILIZIA, Le vite de' più celebri architetti d'ogni nazione e d'ogni tempo precedute da un saggio sopra l'architettura, Roma 1768, p L. ROGNINI, Op. cit., p Ibidem 11 C. RIDOLFI, Op. cit., p. 89, nota 1 12 L. ROGNINI, Op. cit., p. 5 6 altro documento conservato nel fondo del soppresso convento degli Eremitani di Padova si rileva anche la paternità del pittore: Dominum Darium Varotarij quondam domini Thomae 13. Come per molti altri artisti, Venezia è stata considerata una tappa importante dei soggiorni di Varotari, anche se purtroppo del periodo veneziano si possiedono solo notizie di fonte letteraria, dal momento che, come spesso accade, un certo numero di opere citate dalle fonti risultano oggi disperse, o si tratta sempre di interventi per lo più limitati, o condotti in collaborazione con altri artisti. Ridolfi rende nota la probabile presenza di Dario a Palazzo Ducale tra gli aiuti di Paolo Veronese, ma il suo intervento in tale ambiente è puramente ipotetico. Nel 1574 e 1577 avvenero come è noto, due gravissimi incendi che distrussero importanti pitture ubicate nella Sala delle Quattro Porte, del Collegio, del Senato, del Maggior Consiglio e dello Scrutinio. Il lavoro fu inizialmente suddiviso tra i quattro maggiori pittori veneziani allora attivi: Tintoretto, Veronese, Bassano e Palma il Giovane, ciascuno di essi poi ridistribuiva fra i collaboratori i compiti affidati. È lecito pensare che alla fine degli anni Settanta, quando Varotari si trovava nel pieno della sua maturità artistica e la Serenissima doveva far fronte tempestivamente all'improvvisa distruzione di grande parte dei cicli pittorici di Palazzo Ducale, anche Dario sia stato coinvolto in qualcuna di queste pitture, anche se non si riconosce la sua mano in nessun intervento pittorico 14. Probabilmente in questo momento ebbe modo di conoscere anche Giovan Battista Ponchino da Castelfranco, che in quegli anni aveva ricevuto l'incarico di coordinare i lavori nella Sala del Consiglio dei Dieci. Il legame con Ponchino, che Pietro Aretino descrive come un fervido predicatore, della maniera michelangiolesca a Venezia, in anni nei quali la stella del divino fiorentino sta tramontando, e particular di tanti influenti patrizi appartenenti al clan nobiliare omogeneo delle potenti famiglie filo-romane legate alla corte papale , fornisce possibili informazioni circa l'area culturale di riferimento del giovane Dario, e sul circuito delle committenze 13 L. ROGNINI, Op. cit., p E. MERKEL, Profilo dell'attività di Dario Varotari a Venezia, in Il tempo di Dario Varotari: pittore e architetto: 1542/ Celebrazioni in onore dell artista in occasione del IV centenario della morte. Atti del convegno di studi, Auditorium S. Michele 12 aprile-29 maggio 1997, a cura di E. CASTELLAN, Selvazzano, Padova 1997, p. 41 7 frequentato 15. Ponchino poteva infatti contare sul patrocinio di potenti alleati sia a Venezia, dove era stato introdotto in casa Barbaro, ma anche in terraferma, poiché era in contatto con il cardinale Francesco e il nipote Alvise Pisani, all'epoca al governo della Diocesi di Padova 16. Sempre grazie a Ridolfi conosciamo la sua attività come decoratore del perduto soffitto nella Chiesa dei Santi Apostoli, in collaborazione con Francesco Montemezzano e Antonio Vassillacchi detto Aliense, artisti che facevano parte dei cosiddetti heredes Pauli , e Dolabella, primo aiuto di Vassilacchi. L'opera, articolata in diversi episodi delimitiati da quadrature illusionistiche di effetto teatrale, venne eseguita probabilmente prima del 6 luglio 1578, data della riconsacrazione della chiesa veneziana; fu nel Settecento sostituita dall'attuale soffitto di Fabio Canal, che cancellò completamente l'opera cinquecentesca 17. Giambattista Ponchino prese a benvolere Dario e gli diede in moglie la figlia Samaritana con la speranza di trattenerlo a Venezia 18, tentativo che si rivelerà vano perché l'artista scelse come patria la città di Padova. Dal matrimonio con Samaritana nascono quattro figli, due dei quali Chiara, nata il 24 Gennaio 1585 e Alessandro, il Padovanino, nato il 4 aprile 1588, si dedicheranno con successo all'arte paterna. Un documento segnalato da Vincenzo Mancini fa risalire all'agosto del 1569 le più antiche tracce documentarie della sua presenza nella città padovana, e nonostante resieda ancora a Verona, i contatti e i rapporti con la città natia si fanno sempre più radi 19. L'inedito documento redatto nella casa padovana del nobile veneziano Baldassarre Cocco alla presenza di Dario, in veste di suo procuratore, risulta infatti prezioso sia perché da un lato da la certezza che il giovane Dario habitator in civitate veronae , a quell'altezza temporale non si è ancora trasferito definitivamente a Padova, dall'altro lato informa sui rapporti di familiarità tra Dario e una famiglia di patrizi legata a Venezia durante la seconda metà del settimo decennio del Cinquecento. Molto probabilmente l'occasione che porta Dario 15 V. MANCINI, Padova , in La pittura nel Veneto. Il Cinquecento, II, Milano 1998, p Ibidem 17 E. MERKEL, Op. cit., p C. RIDOLFI, Op. cit., p V. MANCINI, Sulla ritrattistica ai tempi di Torquato Tasso, in Padova e il suo territorio , n. 57, 1985, p. 50 8 momentaneamente a Padova ospite di Baldassarre Cocco è da ricercare nell'intento del patrizio di condurre con sè il pittore per metterlo alla prova nella sua casa padovana proprio nell'estate del Dopo questo primo soggiorno padovano, di lì a qualche anno probabilmente, si concretizza per Varotari l'opportunità di prendere dimora stabile nella città antoniana, in contrada Bronduli, dove viene segnalato dalle carte notarili solo fin dal , città nella quale sceglie di fissare la sua residenza anche a motivo del clima più adatto alla sua salute 21. Alcuni documenti annotati da Sartori 22, che riporta la lite in cui fu trascinato il pittore dal prete Prospero Bazaco, rivelano infatti che il 18 Agosto 1575, risiede con la moglie in Contrada del Brondolo: ...Sono in lite fra loro don G.B. Bazzato abitante a Padova nella Contrada degli Alemani, ossia in Borgo Teutonico, e Darius de Varotariis pictor de Verona q. d. Thomae de contrada Bronduli Paduae . Alla fine del 1575 la famiglia decide di trasferirsi nella Contrada dei Colombini. In quell'anno Dario acquisisce infatti da Benedetto Boldù e Imone Castello i diritti di possesso di una casa confinante con le proprietà dei nobili Conti, sulla quale riceve l'investitura di livello a favore dei frati degli Eremitani nel 13 novembre 1578 e di cui si possiede il documento: ...imfrascripti Rev.di, Fratres congregati...investiverunt dominum Darium de Varotarijs quondam domini Thomae pictorem habitantem Paduae in contracta Colombinorum praesentem et acceptantem per se suisque heredibus de una domo et domuncula de muro et lignaminibus...posita Paduae in dicta contracta Colombinorum...acquisita per dictum Dominum Daarium a 20 V. MANCINI, Sullaritrattistica...,Op. cit., p ibidem 22 A. SARTORI, Documenti per la storia dell'arte a Padova, a cura di C. FILLARINI, Vicenza domino Benedicto Boldu et a domino Simeone Castelo de anno 23. Tuttavia nel momento in cui Dario pensa di rifabbricare l'abitazione, incorre nelle rimostranze del confinante Alberto Conti. Nel febbraio 1578, Alberto contesta al pittore di aver fabbricato un piccolo edificio addossato al muro e gli intima di non aprire finestre che si affacciano sulla sua proprietà, pena l'obbligo di richiuderle a sue spese. Qualche anno più tardi Dario sposta la sua residenza in un altro punto della contrada, al confine con le proprietà dei fratelli Centoni. Anche qui nel 1583, Francesco Centoni pretende che Dario non possa ricavare le finestre in una certa altana da lui fabbricata in capo dell'orto e della corte dei fratelli, con diretto affaccio sulle loro case. Inoltre che nel 1586 rinuncia alla conduzione da affittuario di due possessioni, evidentemente perché deludenti sotto il profilo della rendita economica 24. Nei momenti iniziali dell'attività pittorica di Dario i legami con le famiglie patrizie veneziane sono ancora vivi: infatti l'incarico più prestigioso affidato a Dario nel 1573 viene proprio da un patrizio veneziano, Giacomo Emo che incarica il pittore di realizzare il grande telero rappresentante la Lega Santa tra Pio V, Filippo II e il Doge Alvise Mocenigo, realizzato per il palazzo del Podestà di Padova e ora conservato ai Musei Civici. Tra le opere più antiche licenziate a Padova da Varotari vi è il Ritratto di prelato, appartenuto alla famiglia Capodilista, ora ai Musei Civici. Sono evidenti i legami tra Dario e l'ambiente veneziano, al quale era stato introdotto dal suocero Ponchino, qui infatti Dario ebbe sicuramente modo di osservare il Ritratto di Daniele Barbaro realizzato da Veronese. Nonostante la produzione padovana, Il distacco legale dalla natia Verona avviene solo nel 1583, anno in cui risulta iscritto all'estimo patavino, ma sembra comunque una separazione di carattere quasi esclusivamente fiscale. Infatti nei documenti notarili oltre al cognome vi è un costante riferimento all'origine del pittore, mentre 23 O. RONCHI, Documenti inediti intorno al pittore Dario Varotari, Padova 1939, pp V. MANCINI, Dario Varotari prima del ciclo della Scuola della Carità, in Padova e il suo territorio , 26, 2011, 150, pp in altri casi egli stesso preferisce aggiungere al nome di battesimo la sola provenienza; alcuni documenti infatti confermano i dati: nel Marzo e Aprile dello stesso anno si dice che D. Darius veronensis pictor q.d. Thomae hab. Paduae in contrata s. M. Colombinorum . A partire dall'ottavo decennio del Cinquecento è dunque attivo a Padova e sembra ereditare quel tipo di committenza che era stata in precedenza prerogativa di Campagnola e della sua bottega. Si mostra nella sua opera elaboratore non privo di risorse proprie, delle formule in voga al suo tempo, accogliendo suggestioni veronesiane, tintorettesche, tizianesche 25. Dario fu protagonista di una serie di imprese sia religiose, che private, alcune delle quali sono in parte o completamente scomparse, tra queste le decorazioni a fresco di ville e palazzi del Veneto, tra le quali Villa Pisani nel Polesine con le imprese di Ercole, Villa Mocenigo a Dolo con i fatti della famiglia, e Villa Priuli a Treville di Castelfaranco con la Caduta dei Giganti. Dipinge su tela e forse anche a fresco per un lungo arco di tempo anche in molte chiese padovane. Tra le opere più importanti si ricordano i dipinti realizzati probabilmente dal 1572 al 1575, per l'abbazia di Santa Maria di Praglia: le Tentazioni di Sant'Antonio, il Martirio di San Sebastiano e il Santo Stefano giudicato. Ridolfi non fa accenno ad alcuna data e si limita a descriverle subito prima del suo intervento nelle decorazioni della Villa Emo C
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