RASSEGNA STAMPA DEL 2 OTTOBRE 2019

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leader leghista e la caduta del governo gialloverde alla luce di un sondaggio riservatoFeltrin: «A Salvini l’autonomia del Veneto sarebbe costata 4-5 milioni di voti al Sud» L’INTERVISTAFilippo Tosatto baglia chi attribuisce lo strappo di Matteo Salvini al delirio di onnipotenza, all’illusione di trovare una sponda in Zingaretti o magari a un eccesso di mojito. Aldilà delle valutazioni nel merito e delle future conseguenze sul versante politico-elettorale, la sua spallata al governo gialloverde è stata consapevole e dettata da almeno cinque ragioni, la prima della quali si chiama autonomia». Paolo Feltrin, politologo e docente universitario, rilegge il sisma parlamentare d’agosto e rivela un retroscena utile a decifrare da una diversa angolazione la condotta, in apparenza bizzarra e autolesionista, del leader della Lega. Che intende di preciso alludendo all’autonomia? «Un sondaggio attendibile e riservato, pervenuto alla nostra visione, ha avvertito Salvini che il via libera alla riforma au-«Stonomista al Nord avrebbe comportato un crollo di consensi nel Mezzogiorno stimato tra i quattro e i cinque milioni di voti. Una prospettiva incompatibile con la sua volontà di primato nazionale e con la stessa natura della Lega 2.0 sovranista e tricolore. Così, per un anno si è barcamenato, poi le richieste di Fontana e Zaia sono diventate ultimative e non più eludibili. Non stupisce che il governatore veneto abbia accolto quasi con sollievo l’uscita del suo partito dall’esecutivo: magari avrà maggior fortuna con il ministro Boccia, pugliese del Pd, più rassicurante agli occhi dei 5 Stelle e del ceto notabile sudista». Basta questo a spiegare la rinuncia inopinata al ruolo di primattore? «Certo che no ma a settembre i nodi delle promesse irrealizzabili sarebbero giunti al pettine. A cominciare dall’impegno ad approvare un ventaglio di incentivi e sgravi fiscali di entità complessiva prossima ai cinquanta miliardi di euro. Era materialmente impossibile, ieri come oggi. E Salvini, ministro e vicepresidente«Troppe le promesse irrealizzabili, la scelta di rovesciare il tavolo è stata consapevole» Il leader leghista Matteo Salvini e a destra il politologo Paolo Feltrindel Consiglio, lo sapeva bene. E poi, il suo cavallo di battaglia stava dando segni di stanchezza». Fuor di metafora? «Il blocco dei porti è popolare presso una parte dell’opinione pubblica che lo apprezza come scudo agli sbarchi dei migranti. Ma la battaglia contro le Ong, che certamente fannopolitica estera, non può durare all’infinito. Alla lunga si rivela un’arma spuntata e priva Salvini di un efficace strumento di propaganda. Per non parlare della politica estera». Allude all’isolamento del gruppo leghista a Bruxelles? «Certamente. Alla scoppiettante vittoria del 26 maggio, èseguita la “terra bruciata” nel Parlamento europeo e i primi ad abbandonare la Lega sono stati proprio gli “alleati” del Movimento 5 Stelle, i cui voti si sono rivelati determinanti nell’elezione della nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Al Carroccio di Salvini non è rimasta che la compagnia dell’unghe-il presidente degli avvocati alessandro moscatelliProcesso Pfas, appello a Mattarella e Csm «Il tribunale di Vicenza senza magistrati» Il nuovo maxiprocesso con migliaia di parti civili offese si somma a quello del crac Bpvi La Provincia di Vicenza parte civile contro la Miteni VICENZA. Giustizia verso la paralisi a Vicenza, con due maxiprocessi che si accavallano. Dopo lo scandalo Bpvi, in tribunale sono in arrivo i faldoni dei Pfas con la Miteni sul banco degli imputati e migliaia di cittadini pronti a costituirsi parte civile con la richiesta di risarcimento danni alla salute. Per al-meno 30 anni da Trissino a Lonigo e Montagnana, oltre centomila persone hanno utilizzato l’acqua contaminata dai Pfas con danni che hanno imposto come profilassi la pulizia e la trasfusione del sangue, decisa dalla regione Veneto. Il presidente dell’ordine degli avvocati Alessandro Moscatelli ha scritto una lettera al presidente della repubblica Sergio Mattarella e al Csm perché venga rafforzato l’organico del tribunale di Vicenza, che deve affrontare due emergenze nazionali: il crac Bpvi e lo scandaloPfas. Oggi la sezione penale del tribunale conta su un presidente, Lorenzo Miazzi, e su nove giudici. Di questo, tre sono stati assegnati in via esclusiva al processo Banca popolare. Un giudice è stato di recente trasferito, un’altra resterà a casa in maternità. In caso di rinvio a giudizio di alcuni dei manager che gestirono la Miteni, oggi imputati in attesa dell’udienza preliminare, altri due giudici (con quelli popolari, visto che si tratta di reati da Corte d’Assise), saranno assegnati aquel procedimento. Ne restano tre, di cui uno a servizio parziale perché gli sono stati assegnati anche altri incarichi. È evidente che il resto dei processi ordinari rischia di finire in coda. Per tornare ai Pfas, la Provincia di Vicenza, con il sindaco-presidente Francesco Rucco, ha deciso di costituirsi parte civile nell’udienza preliminare del 21 ottobre davanti al giudice Roberto Venditti. I sostituti procuratori Barbara De Munari e Hans Roderich Blattner, titolari del maxi fascicoloUna protesta contro i Pfassulle sostanze perfluoroalchiliche hanno chiesto il processo nei confronti di dieci persone: i manager tedesco-lussemburghesi di Icig Patrick Hendrik Schnitzer, 61, Achim Georg Hannes Riemann, 65, difesi dall’avvocato Gianpietro Gastaldello; Alexander Nicolaas Smit, 75, assistito dall’avvoca-Cambi di casacca, il vincolo di mandato non è la soluzioneNto Salvatore Scuto; l’irlandese Brian Anthony Mc Glynn, 62, di Milano, con i manager Luigi Guarracino, 62 anni, di Alessandria, Mario Fabris, 56, di Fontaniva, Davide Drusian, 44, di Marano, Mauro Cognolato, 46, di Stra, e Mario Mistrorigo, 67, di Arzignano, tutti difesi dall’avvocato Novelio Furin. Oltre a loro anche il dirigente giapponese Maki Hosoda, 53 anni, residente a Milano e difeso dagli avvocati Giovanni Lageard e Francesco Puntillo. Nel corso delle indagini la procura ha aperto un altro filone d’ inchiesta che comprende l’inquinamento da GenX dal 2013 in poi. Risultano indagato Antonio Nardone, ultimo manager Miteni e altre tre persone, mentre l’azienda di Trissino è stata dichiarata fallita il 18 novembre 2018.— BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATIROBERTO WEBERIL COMMENTOell’arco della passata legislatura furono oltre duecentocinquanta – fra senatori e deputati – i parlamentari che cambiarono maglia, passando da una forza politica ad un'altra oppure andando ad infoltire le fila dei cosiddetti gruppi misti. Nella maggior parte dei casi si trattò di spostamenti dettati da deflagrazioni di tipo politico – come il suicidio di Scelta Civica di Monti - oppure di soggetti che, per svariate ragioni, erano entrati in rotta direse Orban, non proprio il miglior biglietto da visita sul versante internazionale». È tutto? «No. Balza agli occhi la crisi dei rapporti con la leadership degli Stati Uniti. In piena crisi di governo, il presidente Trump - che non è esattamente un progressista e anzi aveva manifestato un iniziale apprezzamento verso il populismo salviniano - non ha esitato un istante a manifestare apprezzamento verso il premier Conte, auspicando la sua permanenza a Palazzo Chigi. Soprattutto, nel giro di un mese e senza che Roma muovesse un dito, grazie all’intervento di fondi globali americani lo spread italiano è sceso di un centinaio di punti mentre l’Europa, fino a ieri arcigna, si è improvvisamente dichiarata disponibile ad allentare le briglie sui conti, consentendo una manovra in deficit più espansiva. I poteri forti in campo? Senza ombra di dubbio e il loro endorsement è stato chiarissimo». Come dire, Salvini e i suoi hanno pagato a caro prezzo il plauso a Putin e le frequentazioni moscovite... «Sì, ma è accaduto sicuramente dell’altro, che ancora non conosciamo, serio al punto da spingere la Casa Bianca a mutare radicalmente atteggiamento. Morale della favola? Scoperto il bluff, Salvini ha preferito rovesciare il tavolo. Dalle sue prossime mosse capiremo se è un leader vero, capace di mutare linea o profilo, o soltanto un pokerista baciato a volte dalla fortuna». —collisione con il proprio partito. Nell’odierna legislatura sembra che la tendenza a ricollocarsi in una nuova squadra – è il caso macroscopico dei numerosi parlamentari usciti dal Pd per far nascere Italia Viva – non si plachi, né che venga meno l’emorragia dalle fila del M5S, né infine che cessino le fibrillazioni entro quello che fu il più grande partito italiano di questi ultimi venti anni, ci riferiamo a Forza Italia. Sembra reggere bene invece la Lega di Salvini che da tutte queste sol-lecitazioni delle rappresentanze parlamentari è forse l’unica che ha qualcosina da guadagnare. Sotto il profilo squisitamente politico a noi non sembra che il fenomeno in atto, nel suo complesso, possa essere rubricato sotto il segno del tipico costume italiano del cambio di casacca cercato per pura sopravvivenza personale. Abbiamo invece a che fare con la scelta di una opzione politica precisa nel caso dei senatori e dei deputati che hanno seguito Renzi e di elementi effettividi dissenso e/o disorientamento per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle. In entrambi i casi siamo di fronte alle conseguenze della presenza di “partiti personali” (è il caso di Renzi) o di partiti-movimento dalle radici ideologiche, politiche e sociali ancora in via di definizione. Pensare – come fa Di Maio – di ricondurre il tutto alla “disciplina di partito” magari introducendo il cosiddetto “vincolo di mandato” è semplicemente sciocco. Significa ipotizzare che con un tratto di in-gegneria istituzionale (peraltro espressamente negata dalla nostra Costituzione) si possa dar soluzione ad un problema che è squisitamente politico. Di analoga natura è il gran discutere che si fa sul tema della riforma elettorale. C’è la convinzione che possa essere uno strumento normativo a poter determinare domani gli equilibri politici del paese e quindi la sua governabilità. E in entrambi i casi c’è la convinzione che il sistema scelto sia intrinsecamente “migliore”. Tutti sem-brano dimenticare che la frammentazione politica in Italia non si è arrestata né quando c’era in vigore il sistema a prevalenza maggioritaria, né con il cosiddetto Porcellum – disegnato e così battezzato dal leghista Calderoli - né con l’ultima spettacolare invenzione partorita da Ettore Rosato. Del pari non si è certamente accresciuta la ‘governabilità’ del paese. In questi ultimi 25 anni, le maggioranze per governare ci sono sempre state, se non lo si è fatto, la responsabilità sta nei gruppi dirigenti e certo anche nella complicità del popolo italiano, di chi vota e di chi si astiene. — BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI20MERCOLEDÌ 2 OTTOBRE 2019 CORRIERE DELLE ALPIAGORDINOIl post Vaia in Agordino il sindaco alleghesePer De Toni «Elemento turistico essenziale» ALLEGHE. Immaginate leIl lago di Alleghe post pulizia: la Regione ha appaltato i lavori che dovranno essere finiti entro il 2022; in basso Danilo De Toni, sindaco di AllegheIl lago di Alleghe rinasce: appaltati i lavori di pulizia La Regione annuncia l’intervento che restituirà al bacino fruibilità e sicurezza Un piano da 8 milioni da completare entro il 2022, ma molto è già stato fatto Francesco Dal Mas ALLEGHE. Più fango che ac-qua: così si presentava l’alto lago di Alleghe, subito dopo la tempesta Vaia, poco meno di un anno fa. Un catastrofico disastro ambientale, con isole di melma che sembravano aver prosciugato mezzo bacino. Tanto incombenti da sembrare inamovibil
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