Schiena contro schiena

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Alessia CassarĂ Schiena contro schiena RomanzoAlessia CassarĂ Schiena contro schiena RomanzoSocietĂ Editrice Fiorentina© 2019 Società Editrice Fiorentina via…
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Alessia CassarĂ Schiena contro schiena RomanzoAlessia CassarĂ Schiena contro schiena RomanzoSocietĂ Editrice Fiorentina© 2019 Società Editrice Fiorentina via Aretina, 298 - 50136 Firenze tel. 055 5532924 info@sefeditrice.it www.sefeditrice.it facebook account www.facebook.com/sefeditrice twitter account @sefeditrice isbn 978-88-6032-539-6 Proprietà letteraria riservata Riproduzione, in qualsiasi forma, intera o parziale, vietata Foto di copertina Itanistock / Stockimo / Alamy Foto Stock Copertina a cura di Studio Grafico Norfini (Firenze)Schiena contro schienaprologo11 dicembre, 00:20 Aveva sedici anni da venti minuti ma Corrado era dell’idea che il suo compleanno fosse un giorno da far passare sotto silenzio. Era in macchina di Nerio, seduto al lato del passeggero e con le gambe allungate sul cruscotto. La luce sul tettuccio dell’auto emanava un bagliore caldo. La radio trasmetteva Kiss me di Lola Jane e Melvin War e Corrado pensava fosse una bella canzone per un bel momento. «Allora? Pesano questi sedici anni?» domandò Nerio rivoltandosi le tasche. Aveva un tono che oscillava tra l’ironico e il curioso, come se sapesse che i sedici anni di Corrado erano stati diversi da quelli degli altri ma gli sfuggisse in che modo. «Nah» rispose Corrado con un mezzo sorriso, anche se in realtà avrebbe voluto sputare fuori uno sconsolato ma rassegnato Non sai quanto!, cosa che non fece per paura di risultare melodrammatico. «Senti una cosa» disse Nerio a un tratto mentre seguitava a rovistarsi nelle tasche. «Dimmi». Nerio alzò lo sguardo, aveva un brillio malandrino negli occhi che intrigava Corrado più di quanto gli piacesse ammettere. Gli saliva il cuore in gola quando Nerio lo guardava, ma quando lo guardava così Corrado sentiva un tremito strano addosso, come se gli stessero dando la scossa e lui, pur essendone un po’ spaventato, non volesse che l’elettricità 7smettesse di pizzicargli il corpo. «Prendi la busta col tabacco, è sotto il tuo sedile». «Non importa» fece il ragazzino «ti dò una Wiston». «Lo sai che non mi piacciono». «Ho quelle, io». «E infatti ti ho detto di prendere la busta del tabacco, che è sotto il tuo sedile». Corrado alzò gli occhi verso il tettuccio e tirò giù le gambe. «Possibile che non ti si può offrire mai niente?!» esclamò con aria falsamente risentita mentre si chinava. Intravide il giallo della busta e stese le dita per prenderla. La tirò fuori e gliela passò, tornando a posare i piedi sul cruscotto e stiracchiandosi come un gatto. «Contento adesso?». «Sì» fece lui aprendo il sacchetto con l’orlo ripiegato in giù. «È pregato di chiudere gli occhi». Il cuore gli precipitò nello stomaco a quelle parole. «Nerio» lo ammonì lui con la voce piccola e flebile. «Nerio lo sai che a me festeggiare non…». «Lo so, non ti piace. Infatti non stiamo festeggiando. Vedi qualcun altro, oltre a noi due?». A Corrado piaceva quel “noi due”, e da morire anche. «No, ma…». «Vedi festoni per caso?». «No». «C’è un deejay o luci da discoteca?». «No, però …». «Qualcuno dei due beve?». «No, però io …». «Allora non è una festa. Perciò chiudi gli occhi e finiscila». Corrado rise di una risata nervosa, preoccupata, una risata finta. Fece come diceva, dopo poco provò ad aprire un occhio senza farsene accorgere. «Non sbirciare Corrado». «Non sto sbirciando per niente». Rumore di carta che sfrega, carta che cade a terra, un accendino che scatta e poi «Ora apri». Si trovò davanti un bignè 8con una candelina accesa che svettava dal cioccolato. Sentì qualcosa rompersi nel petto, gli occhi pesanti di lacrime. Non sapeva se essere felice o triste. Felice. Triste. Triste. Felice. Corrado guardava Nerio, la luce dell’automobile e quella della candelina che si fondevano sul suo viso. Una lo illuminava dall’alto, una dal basso. Nerio era luce, lui era buio. Nerio sorrideva come se non avesse fatto altro nella sua vita, lui invece non si ricordava più come si sorridesse. Era bello, Nerio. Era dolce, gli faceva silenzio in testa, rideva sempre e quando sentiva la sua voce Corrado avvertiva l’anima farsi leggera. Gli tendeva le mani a coppa a racchiudere quel bignè, al cioccolato come piaceva a lui. Quando gliel’aveva detto, che gli piacevano al cioccolato? Lui non se lo ricordava, probabilmente non ne avevano mai parlato ma Nerio aveva indovinato lo stesso. E Corrado sentì l’emozione serrargli la gola, per un istante al posto del viso di Nerio apparve Danilo e la faccia di Corrado si contrasse di rabbia ma poi sbatté le palpebre e Danilo era di nuovo lontano. C’era Nerio, che era bello da far male, che era dolce, gli fermava i pensieri e gli metteva in moto il cuore. Cazzo, lo faceva partire subito in quarta, quel suo povero cuore. Come una macchina lasciata andare senza freno in discesa. E Corrado smise di oscillare, decise che era felice anche, e forse soprattutto, se Danilo era chissà dove. Scoppiò a piangere perché un peso che non si era reso conto di portare gli era evaporato dal petto. Nerio soffiò precipitosamente sulla candelina e posò il bignè in bilico sul cruscotto. Corrado non riusciva a fermarsi anche se sapeva di essere ridicolo e per questo era arrossito fino alla radice dei capelli. Nerio non sapeva che dire, che fare. Non lo aveva mai visto ridere, figurarsi piangere in modo così disperato. Accidenti ai bignè, accidenti alle sue idee del cazzo. Voleva solo fare il romantico, istillargli una pallida ipotesi su loro due insieme, e invece aveva fatto un guaio come sempre. «Corrado scusami. Corrado mi dispiace, volevo solo essere carino e invece dovevo farmi i fatti miei e basta». 9Corrado singhiozzava piano, si asciugava continuamente gli occhi e tentava di mettere fine alla più grande figura di merda della sua giovane vita. Nerio sentiva il bisogno di stringerlo, di proteggerlo da qualunque cosa gli facesse del male. Gli chiuse il viso tra le mani: «Corrado. Corrado guardami». Corrado lo guardava, sprofondava nello sguardo di Nerio e più i minuti passavano più si dimenticava il motivo per cui era collassato in un mare di lacrime. Il silenzio non metteva a disagio nessuno dei due. «Scusa, io non so cosa mi è preso». «Scusa tu» replicò Nerio perché sapeva che Corrado non adorava parlare di sé e non voleva si sentisse obbligato. «Se mi avessi detto che il bignè ti fa questo effetto ti avrei preso una sfogliatella». Entrambi proruppero in una risata. E poi… un bacio. In seguito, né Corrado né Nerio avrebbero saputo dire chi aveva baciato chi, ma in fondo non era così importante. Quando le loro labbra si separarono di un millimetro Nerio si affrettò a rimediare. «Nerio». «Uhm?». «Nerio, io sono innamorato di te». Glielo disse in un respiro solo, senza pensarci e a voce così bassa che dubitò che lo avesse sentito. Tremava fuori e dentro. Nerio, che stava molto attento quando parlava Corrado, avvertì un fuoco d’artificio implodergli nel petto. A un tratto si udì un ploof! netto, strano, dissonante. Nerio e Corrado si voltarono e risero di nuovo, così tanto e così forte che a Nerio vennero i crampi allo stomaco. Lo guardava ridere e pensava che mai sarebbe esistito suono più bello. Corrado indugiò un attimo in più sul bignè caduto sul tappetino dell’auto, sul suono che aveva emesso schiantandosi al suolo. Quel suono gli ricordava vagamente uno sparo, non uno qualsiasi, ma quello che gli aveva stravolto la vita. Ma cos’era che non somigliasse a uno sparo, nella sua testa? 10«Ehi ehi» fece l’altro per attirare la sua attenzione, «stacca il cervello. Smetti di ricordare, solo per oggi. Promettilo». «Come sai che sto ricordando qualcosa?». «Dal tuo sguardo». «Cosa ha il mio sguardo che non va?». Nerio si intenerì, gli lasciò un bacio sullo zigomo. «Assolutamente niente» disse con convinzione. «È perfetto, lo adoro» e qui arrossirono tutti e due «solo che a volte…». «A volte?» incalzò timoroso Corrado. «A volte torna indietro nel tempo. E non posso fare niente per evitare che questo ti faccia male. Ma solo per adesso. Perché ti giuro su Dio che io troverò il modo di farti essere di nuovo felice, anche se non vorrai mai dirmi quello che ti è successo non importa, io lo farò. Qualunque cosa ti sia capitata non ti farà più del male ora». Corrado era inesperto ma gli dette un bacio, un bacio sincero e traboccante di speranza. Voleva davvero credere che lui fosse in grado di guarirlo e il fatto che desiderasse farlo senza volere niente in cambio, gli faceva uno strano effetto al cuore. «Su, prometti». «Io…». «Prometti». Corrado sospirò fingendosi esasperato ma in realtà gli piaceva che Nerio insistesse, significava che ci teneva. «E va bene. Prometto. Per oggi basta con i viaggi nel tempo» disse infine con una risatina. «Così mi piaci» rispose Nerio con aria soddisfatta. Poi gli dette un bacio sull’anima, così intenso e profondo che Corrado si accorse di essersi scordato come respirare. «E comunque ti amo anche io».11Parte primaFerite aperteuno11 dicembre, 00:45 Danilo aveva diciannove anni e ti accorgevi che se li trascinava appresso da quella smorfia che gli induriva i lineamenti come uno sfregio di guerra. Una smorfia sconsolata, struggente, che ti faceva vacillare le pupille. Se non fosse stato per quella smorfia avresti detto che era meravigliosamente affascinante. Qualcuno aveva rubato una manciata di mare e glielo aveva travasato nello sguardo. Il blu dei suoi occhi guizzava continuamente da una parte all’altra, con diffidenza estrema. Era un blu infernale, senza pace, che ti leggeva senza lasciarsi leggere. Quando quello sguardo ti veniva incontro ti sentivi esposto, nudo sotto un riflettore. Quegli occhi ti facevano tremare, ti lasciavano sbigottito e senza difese. Danilo aveva i capelli biondi di sua madre ma erano ricci, ricci come non li aveva nessuno in famiglia. Suo fratello, quando era piccolo, glieli tirava sempre. Aveva il corpo disseminato di tatuaggi. Alcuni piccoli, altri grandi. Colorati o semplicemente disegnati e riempiti solo con inchiostro nero. Erano impressi in punti dove nessuno avrebbe potuto vederli se non fosse stato lui a volerlo. Sul cuore, sulle scapole, dietro il collo, sulle spalle e lungo la schiena. Ormai non sapeva piĂš nemmeno se il fatto di poterli vedere costituisse per quelle poche persone un merito o una condanna a morte. PerchĂŠ lui, i suoi tatuaggi, li mostrava solo a persone di cui si fidava e che lui si fidasse di qualcuno portava piĂš svantaggi che vantaggi a quel pugno di eletti. Almeno secondo lui. 15Aveva diciannove anni ma pensava e si comportava come un quarantenne. Per motivi che a lui non piaceva e non serviva raccontare, che tanto la gente ci sarebbe arrivata da sola, odiava gli sbirri e non riusciva a stare al chiuso troppo a lungo. Parlava poco, stava troppo spesso per i fatti suoi. Era sempre incantato a guardare il niente, rispettava solo chi voleva lui. Non gli piaceva alzare le mani ma archiviava i torti subiti e alla prima occasione passava a trovarti e ti lasciava il segno. Fumava più di quanto i suoi polmoni potessero sopportare. Era furbo, un osservatore nato. Aveva spirito di adattamento e andava contro l’autorità per principio, ogni volta che non gli sembrava ingiusto e cioè quasi sempre. Sapeva chiedere scusa senza umiliarsi ma con estrema sincerità, rifuggiva i legami stabili di qualunque tipo. Prima non era così, ma il prima era un’altra storia. Adesso era quello che era, punto. Negli ultimi tempi rasentava il limite della socialità, la gente lo urtava più del solito. Non dormiva ma non aveva mai la forza di alzarsi dal letto. Passava le notti a piangere senza farsi sentire da nessuno, non poteva permettersi di mostrarsi fragile. Quasi sempre pensava, quando ormai era sfinito dal pianto e dal dolore, che non avrebbe visto la prossima alba e ne provava un immenso sollievo. Invece al sorgere del nuovo sole era ancora lì, stremato e legato a doppio filo alla pazzia. Aveva paura di diventare pazzo, forse quella era l’unica situazione in grado di lasciarlo disarmato, terrorizzato. Ma sapeva che era quello che aveva scelto, che doveva andare fino in fondo e sopportare quelle notti di dannazione perché quelle erano le conseguenze, era quello che si meritava. Perciò stava zitto e incassava, ogni notte piangeva, ogni notte impazziva e pregava di morire di sfinimento alla fine della notte ma ogni giorno era ancora vivo e per questo si odiava. Perché faceva tanto l’uomo ma non aveva il coraggio di finirla lì né tanto meno riusciva a sopportare il peso delle proprie scelte. Si odiava perché non valeva niente, perché voleva tornare indietro ma non si poteva. 16Era l’11 dicembre, il compleanno di suo fratello Corrado. Sorrise tra sé. Faceva sedici anni. Chissà com’era adesso. Se ogni tanto, a lui, ci pensava ancora. Chissà cosa si ricordava di loro due, di quando erano fratelli. Gli mancava come l’aria manca a un condannato sul patibolo. Avrebbe voluto spiegargli tante cose, dirgliene cento altre. Ma soprattutto avrebbe voluto stringerlo forte, sgretolarsi tra le sue braccia e rimettersi insieme da persona diversa. Avrebbe voluto che lui non lo lasciasse andare, non lo spingesse via. Che non urlasse, che non cambiasse faccia a vederlo da lontano. Stava sdraiato su quel letto, il materasso era duro, le lenzuola verdi stinte dai lavaggi ma che profumavano di buono, i cuscini morbidi. Lasciava penzolare la gamba e il braccio sinistri fuori dal materasso, ogni tanto si sentiva lo strusciare della busta di carta contro il pavimento di mattonelle usurate di passi. Dentro la busta della Feltrinelli c’era il regalo che aveva preso per Corrado, un altro. Era un libro, aveva visto su Instagram che ne leggeva uno dietro l’altro. Si era scervellato a lungo su quale potesse piacergli. Non lo conosceva più ma voleva almeno provarci. Aveva visto mille volumi diversi e ognuno aveva qualcosa che non lo convinceva. Uno aveva una trama banale, uno era troppo triste, uno troppo corto, uno aveva una copertina orripilante, uno aveva le pagine stampate male e con le orecchie in cima a destra per tenere il segno, un altro aveva brutte recensioni. Stava per lasciare la libreria a pugni vuoti fino a che, lasciando scivolare lo sguardo scoraggiato sull’ennesimo scaffale, aveva intravisto questo volume della giusta dimensione, la copertina accattivante. S’intitolava Figli dello stesso padre, era di una scrittrice che non aveva mai sentito nominare, Romana Petri. Lo aveva comprato a buon prezzo, letto in un giorno perché voleva essere doppiamente sicuro che andasse bene. Era bello davvero. I due protagonisti avevano passato la vita a odiarsi e contendersi l’affetto del padre che amava entrambi allo stesso modo, fomentati 17dalle rispettive madri, poi un giorno erano stati obbligati dalle circostanze a rivedersi da adulti e avevano capito che in fondo non si odiavano per niente. Il libro non parlava certo di loro ma i personaggi principali erano pur sempre fratelli, no? Lo aveva richiuso, spinto in un angolo. Faceva troppo male e quindi, quella stessa sera di due settimane prima, era uscito a bere. Aveva bevuto e basta, senza mangiare nemmeno uno stuzzichino, senza parlare con nessuno, senza ballare. Era tutto troppo pesante, lui era solo un ragazzino e non ce la faceva più. Poi, dopo tre Long Island bevuti tutti d’un fiato, finalmente la sua vita era diventata più leggera. Aveva iniziato a raccontarla per filo e per segno a un tizio seduto di fianco a lui al bancone, non lo aveva mai fatto e un po’ si vergognava di essersi ridotto così ma in fondo chissenefrega, l’alcol gli aveva sciolto la lingua. Avrebbe voluto piangere ma aveva esaurito le lacrime dalla notte prima. Pensò che forse stavolta sarebbe riuscito a dormire senza svegliarsi ogni due istanti. Era ridicolo, talmente ridicolo e talmente solo. Lo sconosciuto ascoltatore era un adulto, doveva avere l’età di suo padre. Era vestito elegante, probabilmente era un avvocato. Aveva figli? Sì, due gemelle piccole. Allora Danilo gli afferrò l’avambraccio e gli disse, come se la vita dell’intero genere umano dipendesse da questo, che doveva insegnare loro a volersi bene, doveva amarle entrambe allo stesso modo e far capire loro che, qualsiasi cosa fosse successa, dovevano rimanere insieme. Certo, dovevano farsi ognuna la propria vita però il padre aveva l’obbligo di istillare loro il fatto che niente e nessuno avrebbe dovuto dividerle, mai. Danilo si accalorò molto nel dire questo, alzò la voce e tutti i clienti cominciarono a fissarlo. A Danilo non importava che lo osservassero, costrinse il padre delle gemelle a giurare che avrebbe fatto come lui diceva. Come si chiamano le sue figlie? Rebecca e Carla. Bei nomi, avvocato. Non era un avvocato, era un assicuratore. Fa lo stesso signor avvocato. Ce l’aveva una foto? Di chi? Delle sue figlie, di chi sennò? L’avvocato-assicuratore aveva estratto 18una fotografia dal portafogli. Erano alte uguali, una con le codine, una con un cappello da donna sbilenco sui capelli neri sciolti. Avevano le lentiggini, la tutina di jeans sporca di terra. Si stringevano le manine cicciottelle. Quella col cappello brandiva nella mano libera il tubo di gomma per innaffiare il prato e se lo puntava sulle scarpe. L’altra guardava la sorella e rideva. L’avvocato-assicuratore gli disse che quella con le codine era Rebecca e che l’altra era Carla ma Danilo se lo dimenticò dopo avergli restituito la foto. Aveva ordinato un Cuba Libre e aveva cominciato a ridere da solo. Poi non si ricordava più niente, né come era arrivato a casa né chi lo avesse messo a dormire. Due settimane dopo era sdraiato sul letto, con il libro per suo fratello imbustato e una lettera infilata tra la copertina e la prima pagina. Si era deciso a scriverla la notte prima, la stessa notte in cui aveva deciso che questo regalo non avrebbe fatto la fine degli altri. Questo glielo avrebbe dato e magari le cose si sarebbero sistemate, o almeno lo sperava. Per questo si vestì meglio che poteva. Felpa nera, jeans, un paio di Adidas che si tenevano insieme con lo scotch. Si rimise anche i suoi anelli. Quello liscio d’acciaio al pollice sinistro, quello nero con il geco in rilievo sul mignolo della mano sinistra e infine quello grande con la croce celtica all’anulare destro. A quest’ultimo teneva in modo particolare perché glielo aveva regalato Lia. Aveva un anno meno di lui, era praticamente un genio. Si erano conosciuti una sera in un bar. All’epoca era libero da poco, voleva calore umano senza complicazioni. Voleva bere e scegliersi una donna non troppo moralista. Era entrato e si era seduto guardandosi continuamente attorno. Lo negava a sé stesso ma era un tantino nervoso visto che era passato molto tempo da quando era avvezzo ai locali, alla musica e alle dinamiche di rimorchio, tutto nello stesso momento. E poi aveva visto lei, che era insieme a delle sue amiche ma sembrava che non avesse mai avuto contatti umani. Gli fece tenerezza perché era sola pur essendo in 19mezzo a gente che le parlava, pensò che per una notte poteva andare anche se non era bella nel senso tradizionale del termine. Così le si avvicinò, si presentò e le offrì un drink sperando che fosse astemia perché i soldi bastavano a malapena per lui. Le amiche ridacchiavano civettuole, lei lo squadrava da sopra gli occhiali come fosse un bambino che le avesse chiesto di che colore era la sua biancheria. Aveva sorriso timidamente e anche a Danilo era venuto spontaneo farlo. Scosse il capo con un sorrisetto e tornò presente a sé stesso. Lasciò un biglietto a Giancarlo: Oggi è il compleanno di mio fratello, gli ho preso una cosa e volevo fargliela avere. Ordiniamo le pizze stasera? Per me la solita e una Beck’s. Non berla tutta tu. Danilo Attaccò il post-it al frigo, prese il cellulare, si infilò il giubbotto e uscì nella notte gelida con la busta nascosta sotto la felpa. Respirò a fondo e tirò su il cappuccio della felpa. Sperò di essere ancora bravo a intrufolarsi nelle case degli altri. Corrado non voleva separarsi da Nerio quindi gli chiese di fare la strada più lunga e di guidare piano. Lu
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