Ticino 7 N32

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ticino7LOCARNO FILM FESTIVALIl cinema secondo Laura KaehrNUMERO 32 / 9 AGOSTO 2019/ CON PROGRAMMI RADIO & TV DALL’11 AL 17 AGOSTONUOVI SPAZI In anteprima le…
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ticino7LOCARNO FILM FESTIVALIl cinema secondo Laura KaehrNUMERO 32 / 9 AGOSTO 2019/ CON PROGRAMMI RADIO & TV DALL’11 AL 17 AGOSTONUOVI SPAZI In anteprima le foto premiate da Ticino Film Commission nell’ambito del concorso ‘Scatta la location’LAREGIONESOMMARIOticino7304PARLIAMONEReportage Generazione Z. Dieci metri sopra il cieloQuella sua maglietta fina di Giancarlo Fornasierticino7Settimanale inserito il venerdì nel quotidiano laRegione Direttore: Caporedattore: Grafica: Sito web: Lorenzo Erroi Giancarlo Fornasier Salvioni arti grafiche SA www.ticino7.ch Seguici sui socialdi Marco Jeitziner07La Ficcanaso Vent‘anni. Quelli che non hai di Laura08 10 12Incontri Antonio Pratadi Natascia BandecchiTicino Film Commission «Scatta la location»: i vincitori a cura della RedazioneLocarno Film Festival Laura Kaehr. Uno sguardo al femminile di Keri Gonzato14Sette continenti Phnom Penh. Fra motorini e ciabatte di Tommaso Carboni16Paesaggi Monte Generoso18Libere associazioni di Sara Rossi Guidicelli L’oggetto di Fabio Martini Astroparade di Bettyfotografia © Ti–Press19Il ritratto Giulio Parinifotografia © Ti–Press20 21Giochi Il cruciverba di Daniela22Altri schermi Snowpiercer. L’ultimo treno16Luglio. In spiaggia la calura è dantesca e verso le 11.30 i più sensibili migrano verso un tetto dove proteggere pelle, neuroni e salute. I coraggiosi (diciamo così) chiamano invece a sé i torridi raggi solari del clima che cambia, forse convinti che la differenza la faccia il colore della pelle e non quello che sta sotto. Tra polpacci scolpiti, sederi cadenti, teste incolte e piedi scottati ecco l’ABC del tatuaggio post-galeoni (e galeotti): rose, farfalle, rune, cuori infranti, nomi, fili spinati, lacrime & sangue, arabeschi e delfini. Non manca nulla, «solo non si vedono i due liocorni», sempre in ritardo sull’arca del buon Noè. Se la misura del buon gusto si legge sulla pelle, siamo messi male; ma il corpo è tuo e «facci quello che ti pare» (influencer permettendo). D’improvviso ecco salire all’orizzonte il cinquantenne che non ti aspetti: stanco della vita (e forse della moglie), trascina la sua borsa di paglia verso la passerella. Lento, Ray-Ban d’annata cadenti, in dolorante attesa della prole che non arriva... Si gira, guarda il resto del suo branco, scuote la testa. Sconsolato. Poi l’occhio gli cade sul seno abbondante della ventenne giusto lì a tiro, inerme, «a ore 9». È un attimo. Lui è stretto in una maglietta bianca, sdrucita, protetto da una figura scura con le braccia aperte e collanina al collo: il Re Lucertola è proprio lì, a coprire la panza abbondante. «Riders on the Storm...» ti viene da canticchiare mentre quel Jim Morrison d’annata ti passa a sinistra, incarnatosi nell’inedito corpo. Tatuaggi, capelli scolpiti, ribellione da social e profili Instagram? Sarà, ma a volte basta la maglietta giusta per aprire nuove speranze a quest’umanità confusa.Il pensiero della settimanaSopra la panca Brissago di Andrea Faziolidi Alba Reguzzi Fuog23Radio & TV I programmi della settimanaLa chiamerò al telefono / per averla vicina perché sono tutto solo. / Ho bisogno di emozioni... The Undertones (dal brano Teenage Kicks, 1979)ticino7REPORTAGE di Marco JeitzinerGenerazione ZDieci metri sopra il cielo È cresciuta nella crisi globale ed è la figlia più pura di internet e delle app. Curiosi, felici, edonisti e creativi, ecco una radiografia dei ventenni di oggi. Da non confondere con i loro fratelli maggiori, i ‘vecchi millennials’...5PMendrisio, dicembre 2018 (© Ti-Press / F. Agosta)otreste confonderli coi «millennials» più giovani o della cosiddetta «generazione Y» che li precede, e di cui abbiamo scritto di recente (si veda Ticino7 n. 27/2019), ma vi sbagliereste. Quanto meno è quello che affermano vari studiosi, sondaggi e barometri. Stiamo parlando dei ventenni di oggi, ossia della cosiddetta «generazione Z» o «post-millennials», cioè tutti quelli nati dopo il 1994 (o 1995 o 1997 a seconda delle fonti) e che oggi non hanno più di 25 anni. Non vorremmo generalizzare troppo su questa fascia di popolazione in realtà molto eterogenea, ma proviamo a capirci qualcosa, dato che forse, come capita a chi scrive, alcuni di voi non hanno l’abitudine di frequentarli. Diversi da tutti Se non sapete bene di chi stiamo parlando chiariamo subito una cosa: gli Z non c’entrano nulla con Zorro, forse non sanno nemmeno chi sia. Poi ci sono almeno due possibilità: o non avete figli o parenti ventenni, oppure non uscite spesso di casa. O ancora, semplicemente, l’invecchiamento della Svizzera e il crollo della natalità li stanno pian piano decimando, se non ci fosse l’immigrazione. Comunque sia, secondo vari autori, gli Z vanno nettamente distinti dagli Y, anche solo per un fatto epocale di cui parla per esempio il sito popeconomy.tv: potrebbero non avere memoria del crollo delle Torri gemelle del 2001, dato che avevano solo 6-8 anni. Resta che il loro presidente statunitense, che gli piaccia o no, è Donald Trump. Ma sono loro i veri nativi digitali perché nati e cresciuti nella pletora di smartphone, tablet e app: non sanno nulla dell’evoluzione dei cellulari perché hanno conosciuto solo l’iPhone al quale sono sempre connessi. Allo stesso modo molti Z sono figli di Netflix, di YouTube e dei suoi «guru», gli youtuber, maestri di vita e di comportamento, nonché di app come Snapchat invece di Facebook. Per questi e altri motivi, confermano molti studiosi, gli Z si caratterizzano per un basso livello di concentrazione e per essere bravi nel multitasking solo in apparenza. Per colpe non loro, sono cresciuti nel pieno della crisi globale del 2008: ecco anche perché molti vivono la cosiddetta «crisi del quarto di vita» (si veda Ticino7 n. 39/2018). Uno spazio per loro Leggiamo qua e là che pare aspirino a diventare imprenditori, a fare soldi in fretta anche se consapevolmente con fatica. Sarebbero molto determinati eindipendenti. Si dice che faranno i lavori che ancora non esistono e che magari dovranno andare a vivere altrove. Perché la Svizzera, e il Canton Ticino, lo si sente dire spesso, non sembra un Paese «youth-friendly», bello per avere 20 anni. Il settimanale Panorama pubblicava la lista delle 25 migliori città del mondo per i giovani, tratta dal sito list25.com. Ebbene, benché dinamici, spiriti liberi, idealisti, spensierati, ma anche determinati, motivati e pragmatici, per godersi quell’età fantastica servono comunque capacità finanziarie, un certo grado d’indipendenza e di libertà. Indovinate? Nella top 25 non c’era nessuna cittadina ticinese, fra le svizzere solo Ginevra (12° posto) e Zurigo (24° posto). Vi invitiamo a leggere le annuali rivendicazioni del «Parlamento cantonale dei giovani» per capire che gli Z di oggi non vengono granché considerati dalla classe dirigente. Forse è una generazione poco interessante in termini politici, magari disimpegnata, taluni sono disoccupati e persino in assistenza. La maggior parte degli Z ticinesi sta a Lugano: dei poco più di 18’600 20-24enni ticinesi, quasi ottomila vivono nel Luganese (Ustat, 2017), più che in altri agglomerati dove sono quantité négligeable. Se poi Lugano non ne attraesse altri dall’estero grazie a Usi e Supsi, ne vedremmo ancora meno tra i moltissimi baby boomer e l’esercito di anziani. Eppure si vedono Basta vagare nelle nostre cittadine per vederli. Tendono a raggrupparsi in base a gusti e passioni comuni, in luoghi specifici, dove passano ore tra app e chiacchiere, bibite e tabacchi vari, e tanta musica trap. A Lugano alcuni usano accamparsi dietro alla pensilina dei bus in centro: versi, musica, rutti e bestemmie vi guideranno facilmente a loro. Ne trovate anche alla stazione FFS a Bellinzona o a Locarno, sugli scalini. Stanno volentieri a terra, appoggiati alle pareti di banche e negozi, seduti sui cordoli dei marciapiedi: è semplicemente il loro modo anticonformista di appropriarsi della città che è anche la loro, anche se non la amano particolarmente. Ne abbiamo incontrati alcuni a Lugano. Un lamento comune era: non sappiamo dove andare, mancano spazi per noi. Eppure ci sono, ma dicono che dopo un po’ stufano, addirittura che non ci sono mai andati o che ci sono troppi bambocci. Quando insistiamo, nessuno ha saputo darci risposte chiare. Alcuni ci elencano dei bar del centro, mentre il padre di una Z ci dice: «Miaticino7SETTE POSSIBILI ’SCENARI Z‘Tra problemi attuali e altri possibili, ecco cosa distingue le generazioni precedenti dai ventenni di oggi, secondo l'esperto statunitense Tim Elmore (nell'immagine; growingleaders.com).1. Più risparmiDopo un incubo servono un forte abbraccio e qualche parola che faccia capire che il brutto sogno non è reale, ma un parto della fantasia.2. Più onlineNon passano ore nei supermercati ma «scelgono gli acquisti su internet per quasi tutte le loro necessità» afferma. La moria di negozi in città forse non finirà.3. Più incertezzaI ventenni «sono cresciuti in tempi di recessione, terrorismo, violenza, volatilità e complessità» dice Elmore. L'incertezza crea ansie, ma anche ingegno.4. Più privacyGli Z «non vogliono essere geo-localizzati e scelgono Snapchat, Secret o Whisper per comunicare». Va bene, purché si parlino anche a quattr’occhi.5. Più disattenti«Hanno una capacità di attenzione di 8 secondi, l'11% circa soffre di disturbo da deficit di attenzione/iperattività» scrive Elmore. Insegnanti e datori di lavoro avvisati.6. Più immaginiFinita l'era dei messaggini: «La generazione Z preferisce comunicare con immagini, icone e simboli» dice Elmore.7. Più consapevoliSe ai «millennials» «importavano lo status e i like» sui social media, ai ventenni di oggi preoccupano «l'economia e l'ecologia mondiale». Forse saranno loro a migliorare questo mondo...REPORTAGE figlia, se esce, va a teatro!». Non ce lo aspettavamo. Scopriamo che non tutti gli Z amano la discoteca: costa troppo e non è salutare, perché curano il loro corpo. Gli Z di Lugano non frequentano né Bellinzona né Locarno perché non c’è niente, dicono, ma vanno a Milano, Zurigo o a Ponte Chiasso (Italia). Ecco, forse i nostri Z appaiono più provinciali e attaccati alla cittadina (o valle), borbotta chi non si sposta o chi non lavora, mentre quasi 5’000 Z ticinesi vivono e studiano oltre Gottardo. Così non è solo l’Italia che si svuota di giovani ma anche, ogni anno, il piccolo Canton Ticino. La maggiore offerta accademica d’Oltralpe è citata come motivo principale, ma siamo certi che non sia l’unico. Forse anche a causa di questo piccolo esodo non sappiamo bene chi sono e sembrano non esistere? Tentativi di descrizione Gli Z ticinesi, svizzeri o di qualsiasi altro Paese, appaiono diversi ma anche simili per valori e caratteristiche. Quelli italiani radiografati dal recentissimo 11° Rapporto Civita (Marsilio Editore), riportato dall’Ansa, vivono in gran parte coi genitori, quasi tutti sono single e senza figli. Coltivano una certa «internazionalità» anche se mammonie magari provinciali, si dicono «curiosi» e «felici», e ci mancherebbe alla loro età! Che peso ha la cultura? La metà pare ami frequentare «cinema, teatri, musei, concerti, letture» per «arricchire personalità, social reputation e crescere professionalmente», si legge. L’altra metà dichiara «di non fruire appieno dell’offerta della propria città, sia per scarsa conoscenza che per disinteresse», proprio come ci è parso tra alcuni Z luganesi. La metà dei ventenni sentirebbe distante il concetto di famiglia (perciò sono spesso single incalliti) e delle istituzioni (perciò non votano). Rispetto ai «millennials» più riservati, gli Z adorano condividere contenuti su internet e su social media come Instagram e WhatsApp. Si confermano grandi utenti di Spotify e YouTube per la musica, di Netflix per i film; aziende statunitensi che da tempo hanno trovato in loro la gallina dalle uova d’oro. Snobbano la tv tradizionale e reputano il cinema spesso troppo caro: per questi due media non si prospetta nulla di buono in futuro. Nuovi lavoratori, aziende vecchie Due sociologi francesi, Daniel Ollivier e Catherine Tanguy, citati da Le Temps, ci spiegano la visione professionaleLA FICCANASO7di Laura (Instagram: @la ficcanaso)Lugano, aprile 2019 (© Ti-Press / N. Elezovic)Vent’anniQuelli che non hai© Carpet Bombing Culturedegli Z. Il lavoro, come per i «millennials», non è al centro della loro vita: «Sono il piacere e la voglia che guidano il loro percorso, non il dovere e l’obbedienza a una norma sociale» affermano Ollivier e Tanguy. I ventenni, se competenti, sarebbero dunque delle meteore per le imprese: se non amano quel che fanno, si annoiano e non sono gratificati, tanti saluti e via. Se così è, fanno un po’ sorridere le autorità politiche quando affermano di voler invertire la tendenza tra gli apprendisti, dato che in Ticino solo un terzo rimane in azienda, riporta tio.ch. Non si possono modificare certe scelte generazionali, ma è il mondo del lavoro che dovrebbe adattarsi: succede? Mah. Secondo altri studi, per gli Z l’azienda è infatti «dura, complicata, difficile da vivere nel quotidiano, chiusa all’innovazione e al cambiamento», leggiamo. I ventenni di oggi, proseguono i sociologi francesi, in azienda non trovano i valori in cui credono e cioè «rispetto, agilità, cooperazione, trasparenza», ma piuttosto «concorrenza, performance, continuità e perseveranza». Insomma, se l’economia vuole continuare a crescere e a innovare, forse è il caso che cominci ad ascoltare la generazione Z.Come racconta perfettamente l’articolo accanto, quelli di oggi sono figli della crisi: edonisti, curiosi, nati e cresciuti digitali e molte altre cose. Quelli di ieri erano un po’ meno digitali, più edonisti dei propri genitori, più timidi. Quelli di prima ancora – che probabilmente eravamo noi – erano nati negli anni del boom, talmente fortunati da non aver bisogno di essere ottimisti, tremendamente svogliati. Generazione dopo generazione i ventenni sono diversi ma hanno sempre una cosa in comune: non sono loro a parlare di sé stessi. «A vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età», cantava Guccini in quella Eskimo che ci faceva sognare di avere vent’anni in anni bollenti. Oggi, tromboneggia chi i magici venti li ha superati eccome, gli ideali dovrebbero durare il tempo di una storia di Instagram ed è tutto così veloce e inutile, signora mia, che non si capisce come facciano a raccapezzarcisi, questi ventenni. Certamente i ragazzi di ieri sono diversi dai coetanei di oggi, ma quello che li rende così interessanti, oggetto di attenzioni, radiografie e racconti è che, semplicemente, non siamo noi. I ventenni sono interessanti per itrentenni, quarantenni, cinquantenni che adorano guardare gli altri per parlare di sé (c’è forse qualcosa di più interessante, in fondo?) confrontandoli al proprio mondo perduto. La tendenza si fa ancora più marcata intorno agli anniversari importanti: trenta, quaranta, cinquanta. Sono sempre di più i compagni di adolescenza che ci aspettano al varco. Quelli che ancora non ci sono arrivati si preparano con diete chetogeniche, nuovi sport, abitudini salutari. Quelli che ci sono già arrivati si godono la vista da lassù, fieri di ciò che si sono regalati per festeggiare: dalla motocicletta sognata da una vita alla borsa costosa. A proposito di regali: pare che a quarant’anni vada di moda la festa a sorpresa. Siamo stati invitati a più esemplari di festeggiamenti organizzati dal maschio per i quarant’anni della femmina, dove lui che prepara tutto, coinvolge gli amici in maniera carbonara, allestisce la location recuperando fotografie che sono reperti d’epoca. Appena usciti il nostro lui lancia uno dei suoi sguardi fulminanti: non ti venisse mai in mente di farmi una festa; men che meno a sorpresa. Ci sono i cantori dei vent’anni. E quelli che a vent’anni erano già così.INCONTRIticino78di Natascia BandecchiAntonio Prata Una vita al cinema tra passione, dovere e dirittiFederico Fellini, si sa, era un tipo bizzarro e geniale. A un giornalista francese che gli chiese il senso intrinseco dei suoi film, rispose: «Non voglio dimostrare niente, voglio mostrare». E di grande schermo, far vedere, condividere, Antonio Prata la sa lunga: ha diretto per 14 anni il Cinestar di Lugano, dal 2016 è il direttore del Film Festival Diritti Umani Lugano e dal 2018 è programmatore di sala del Cinema Otello di Ascona. Il cinematografo – come lo chiamavano anni fa – oggi è il Leitmotiv della sua vita, ma non è sempre stato così: no, non pensate a lui come al piccolo protagonista di Nuovo Cinema Paradiso. Il futuro distopico esisteva già negli anni Venti, Blade Runner e Matrix affondano le loro radici in qualche angolo del capolavoro Metropolis. La scintilla che ha fatto innamorare Antonio del cinema è scoccata quando lo vide per la prima volta, un momento indelebile per lui. «Non avrei mai immaginato che in quell’epoca si potesse fare un film del genere. Contrariamente a quello che si può pensare l’amore per il cinema è nato mentre lo studiavo, ero abbastanza maturo e in un momento di bisogno. Sono legato visceralmente al cinema, ma non alla sua parte artistica e basta, proprio a tutto quello che è, perché ho avuto la fortuna di attraversare tutti gli stadi: strappare i biglietti all’entrata, proiezionista, montatore fino a dirigere un cinema e a realizzare documentari, linguaggio con cui ti puoi esprimere con molta libertà». Secondo Antonio quello che è successo nella sua vita è un piccolo film, non sarà Nuovo Cinema Paradiso, ma con il tempo ha capito perché si è avvicinato a questo mestiere che tanto lo appassiona. «Forse anche la tua storia in qualche modo ti spinge a dire che se vuoi esprimerti e non sai come fare, puoi provare a farlo con il cinema».IL PERSONAGGIOAntonio Prata, nato nel 1972 a Zurigo sotto il segno dei pesci. Ha studiato in vari collegi tra Toscana e Umbria per poi trasferirsi in Ticino dove ha frequentato gli studi di cinema. Gli piacciono un sacco di cose e amerebbe farsi piacere tante altre cose. Adora la radio, giocare a calcio e la sua squadra del cuore è la Juventus. Quando ha tempo passeggia con sé stesso e va al cinema quando non ci vanno gli altri.Primi anni Ottanta: Antonio, figlio di emigranti trapiantati a Zurigo, scopre la magia di Totò quando, una volta al mese, col babbo va alla Sala Pirandello dove la comunità italiana si ritrova per vedere dei film. «Ho capito soltanto dopo la grandezza e la maestria di Totò. A quelle proiezioni, invece, mi piaceva andare perché mi affascinava osservare le facce delle persone davanti al grande schermo e sentire l’energia che si creava in un momento di condivisione. Ho sempre cercato di capire cosa potessi fare io per mettere insieme tanta gente e far succedere qualcosa per loro». L‘indipendenza Quando si parla del Film Festival Diritti Umani Lugano – la sesta edizione sarà dal 9 al 13 ottobre – Antonio ha un luccichio negli occhi. «Penso ci sia bisogno di un festival così ovunque, è un piacere vederlo crescere piano piano. Ci sono sempre nuove forze che lo alimentano e questo è uno dei motori propulsori che lo rende così vitale e importante. Gestire una sala ce l’hai nel sangue, ti piacerebbe farlo sempre, se oggi mi dovessero chiedere di prendere uno spazio e farne quello che voglio, non esiterei a buttarmi. È fantastico trovare il punto comune che collega te al pubblico in sala, dove in fondo è come trovare un pozzo in cui risiedo-no idee e sogni comuni». Antonio cura con infinito slancio la programmazione del Cinema Otello ad Ascona, una realtà un po’ in via d’estinzione visto che è indipendente. «Secondo me è una delle poche sale che protegge il concetto di indipendenza. Non basta proporre film indipendenti. È tutto ciò che c’è intorno, l’intero progetto, le persone che coinvolgi, che dovrebbero evitare l’influenza del potere – politico o di mercato – che spesso si impone. In troppi usano lo slogan ‘indipendente’ per convenienza, non per condivisione. Qui, come in altre parti del mondo, spesso ci si confronta con questo genere d
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